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Di recente ho ascoltato il passaggio di un’intervista di Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, in cui diceva «Fuori la politica dalla sanità». Mi è venuto da sorridere e pensare che dovrebbe spiegarlo agli esponenti sardi del suo partito, soprattutto a quelli che oggi ricoprono le cariche più alte in Regione.

Sì, perché il 6 marzo il Consiglio Regionale della Sardegna ha approvato la legge regionale n. 8, presentata
come una “riforma di adeguamento dell’assetto organizzativo ed istituzionale del sistema sanitario regionale”. Già nei mesi scorsi la Presidente Alessandra Todde l’ha definita «una nuova fase per la sanità sarda», parlando di una gestione più efficiente e di un rafforzamento del legame tra ospedali e territorio.
Ma per chi vive nei territori periferici, come il Medio Campidano, cosa cambia davvero? La risposta è semplice, niente. Il testo approvato in aula lo dice chiaramente: “Dall’attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio regionale”. In altre parole, non ci sono risorse per nuove assunzioni, né per il potenziamento dei servizi territoriali. Nessun investimento per rafforzare
l’ospedale di San Gavino, essenziale per il nostro territorio, o per garantire la continuità assistenziale nei piccoli comuni.
La riforma affida ad ARES Sardegna un ruolo ancora più forte nella gestione del personale e degli appalti sanitari. Ma senza un piano di assunzioni per medici e infermieri, come si pensa di risolvere la cronica carenza di personale nei presidi periferici?
Nel testo approvato è stato eliminato l’articolo 9, che prevedeva l’istituzione dei Centri di Assistenza e Urgenza (CAU), per evitare un onere di 11,8 milioni di euro annui. Questo significa però lasciare i Pronto Soccorso sotto pressione e senza alcun supporto per gestire i codici minori, come avvenuto durante le festività natalizie, quando le Guardie Mediche sono rimaste chiuse e il carico è ricaduto tutto su San
Gavino.
Si parla di “rafforzare il legame tra ospedali e territorio”, ma con quali strumenti? Con quali investimenti?
L’unica risposta che la Regione ha trovato, finora, è stata quella di spendere 6,5 milioni di euro per medici a gettone, pagati a peso d’oro per coprire i codici minori nei Pronto Soccorso. Una soluzione temporanea e costosissima, che non affronta minimamente la questione strutturale.
La legge prevede poi il commissariamento straordinario di tutte le aziende sanitarie sarde, comprese le ASL e l’ARNAS Brotzu. Un’operazione che accentra ancora di più il potere della Giunta regionale, senza alcun controllo dal basso e senza alcun coinvolgimento dei territori. Il risultato? Nomine politiche e gestione verticistica, mentre la sanità nei territori continua a crollare.
Inoltre questo avviene mentre la Regione è entrata nel quarto mese di esercizio provvisorio, senza bilancio approvato e senza la possibilità di programmare interventi strutturali.
Questa non è una riforma. È l’ennesima operazione di facciata, funzionale al controllo delle nomine dei manager sanitari e alla gestione politica del sistema sanitario sardo. Senza risorse, senza una visione strutturale e senza una reale volontà di intervenire sulla medicina di prossimità, la legge 8 non rappresenta alcuna svolta.

Lorenzo Argiolas
Author: Lorenzo Argiolas

Promuovo libri, lingua e cultura sarda.