Ricostruiamo la democrazia sarda
In Sardegna, dal 2013, ad ogni tornata elettorale assistiamo ad una lesione dei diritti dei cittadini ad essere realmente rappresentati.
La legge elettorale sarda, di impostazione maggioritaria, ha avuto e ha tuttora un ruolo nel produrre la crescita abnorme dell’astensionismo, la sfiducia nel ruolo dei partiti e delle istituzioni, la tendenza al leaderismo e al personalismo nella politica, l’emarginazione delle iniziative dal basso.
Tale sistema elettorale, accompagnato dall’elezione diretta del capo dell’esecutivo (che sia Sindaco, Presidente di Regione o – come nel progetto di premierato, da contrastare con forza – Presidente del Consiglio dei Ministri), intendeva assegnare all’elettore il potere di scegliere da chi essere governato, ma si è rivelato un fallimento. Da un lato ha prodotto effetti distorcenti nella formazione della rappresentanza istituzionale, dall’altro è stato nettamente rifiutato dagli elettori stessi, che hanno riconosciuto l’inganno sotteso dietro la maschera di una presunta democrazia diretta.
Di fatto, il sistema maggioritario ha minato il sistema rappresentativo disegnato dalla Costituzione, a cominciare dalla decadenza della funzione dei partiti politici, che hanno perso la capacità di favorire la partecipazione dei cittadini nella elaborazione delle proposte politiche e programmatiche e si sono ridotti, nella grande maggioranza dei casi, a comitati elettorali funzionali alla riproduzione del potere di ristrette élites.
Anche l’obiettivo di garantire un adeguato livello di governabilità e di continuità nell’azione di governo delle istituzioni si è rivelato illusorio; se pure si è raggiunta una certa stabilità nella durata degli esecutivi, l’effetto dovuto al bipolarismo forzato e alla frequente alternanza delle coalizioni è stato quello di assistere a una continua e devastante successione di riforme e controriforme che hanno gettato nel caos la già debole macchina burocratica delle varie amministrazioni senza mai affrontare le grandi questioni politiche, sociali ed economiche.
Occorre, altresì, tenere conto dei chiari indirizzi manifestati in materia elettorale dal Consiglio d’Europa e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non solo con riguardo all’esigenza della riduzione delle soglie di sbarramento e della piena trasparenza dei processi elettorali (art. 3 del primo protocollo CEDU), ma anche in relazione alle indicazioni di cui al punto 82 della risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa n° 1547 del 2007, che fa carico ai partiti politici della responsabilità di “assicurare un’equa rappresentanza delle minoranze nelle istituzioni elettive, tenuto conto della proporzionalità”.
Se si vuole invertire la tendenza e ricostruire processi democratici, è giunto il momento di cambiare i meccanismi elettorali, al fine di rilanciare la centralità degli organi elettivi, che rappresentano tutti i cittadini e tutti gli orientamenti politici presenti nel panorama sardo.
Risulta necessario elaborare una legge elettorale democratica che garantisca la costruzione di un Consiglio Regionale realmente rappresentativo del variegato tessuto politico sardo, dei territori e dei generi. Quello che possiamo constatare senza possibilità di smentita è che l’attuale legge per l’elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta contraddice questi tre obiettivi, impedendo la rappresentanza a gruppi che pure hanno ottenuto non trascurabili consensi, privilegia i territori delle circoscrizioni più grandi ed elegge un numero di donne del tutto sproporzionato rispetto al loro peso nella vita sociale.
Desideriamo, perciò, porre all’attenzione dei cittadini, singoli o associati, e alle forze politiche, alcuni punti di principio sui quali crediamo che debba essere costruita la nuova legge elettorale. A partire da questi punti, chiediamo alla Giunta e al Consiglio Regionale di avviare una consultazione con le forze politiche, sociali e cittadinanza, per elaborare in maniera partecipata la nuova legge. A fronte di una crisi sempre più evidente della democrazia rappresentativa, pensiamo sia decisivo l’utilizzo di un metodo innovativo e realmente democratico, capace di far dialogare eletti ed elettori per la riscrittura delle regole del gioco.
Proponiamo i seguenti principi sui quali convocare una grande assemblea sarda itinerante per la ricostruzione della democrazia, il cui primo appuntamento è fissato per sabato 15 marzo, presso il Centro Civico Culturale di Bauladu, in piazza Emilio Lussu, dalle ore 16:
Sistema proporzionale ed elezione del Presidente in Consiglio Regionale con eventuali correttivi necessari, quale ad esempio la cosiddetta “sfiducia costruttiva”, per rispettare quei principi di governabilità e stabilità richiesti dalla Corte Costituzionale italiana.
Eliminazione della possibilità del voto disgiunto che favorisce il clientelismo e la personalizzazione della politica.
Un abbassamento delle soglie di sbarramento per le singole liste e le coalizioni.
Una maggiore rappresentanza politica dei territori marginali, attraverso l’aumento delle circoscrizioni territoriali e la suddivisione delle circoscrizioni maggiori, bilanciata dalla eventuale costituzione di una circoscrizione regionale in grado di valorizzare il voto di opinione e le forze politiche minori, alla quale riferirsi anche per la quantità di firme da raccogliere per la presentazione delle liste. Per favorire questi obiettivi si potrebbe aumentare il numero dei consiglieri regionali, a parità del costo totale dell’organo legislativo e dunque a condizione di un taglio delle remunerazione degli eletti.
Una norma di democrazia paritaria che porti ad avere una composizione del Consiglio Regionale in cui ogni genere sia rappresentato in una misura non superiore al 50%. Il maschilismo e la predominanza maschile della politica istituzionale sarda non sono più tollerabili.
Sottoscrittori:
Sardegna chiama Sardegna
Sinistra Futura
Sardegna Possibile
Liberu – Lìberos Rispetados Uguales Rifondazione Comunista Sardegna Sardigna Natzione Indipendentzia ProgReS – Progetu Repùblica de Sardigna Potere al Popolo Sardegna
Autonomie e Ambiente
USB Federazione del Sociale Sardegna Confederazione Sindacale Sarda
UNIGICOM – Unioni de sos Giovines Comunistas Comitato Quartu No Tyrrhenian link
Comitato Su Entu Nostu
Generazione Italie
I poteri della Sardegna
Audizione del 4 dicembre 2025 presso il Consiglio Regionale – Commissione speciale sulla legge statutaria e sulle norme di attuazione dello Statuto speciale
Memorie di Sardegna chiama Sardegna
Con l’Ordine del Giorno n. 57 dell’11 agosto 2025 il Consiglio regionale ha istituito una Commissione speciale con lo scopo di:
- 1) Studiare, elaborare e proporre, nelle materie indicate dall’articolo 15 dello Statuto, una proposta di legge organica, da sottoporre all’esame delle commissioni competenti;
- 2) Avviare una ricognizione e un’analisi finalizzate all’individuazione degli ambiti di materie e dei settori che necessitano dell’adozione di norme di attuazione dello Statuto speciale.
L’attività della Commissione speciale avviene all’interno di un contesto molto difficile, dal punto di vista sociale, della partecipazione politica e istituzionale. Prima di entrare nel merito degli argomenti di cui si deve occupare la Commissione speciale, che ci ha chiamato in audizione, presentiamo in forma schematica alcune considerazioni di contesto ed alcune premesse, in quanto altrimenti si perderebbe il senso delle proposte che avanziamo.
Contesto e premesse
- Sempre più elettori disertano le urne. I dati delle ultime elezioni regionali in Puglia, Campania e Veneto sono drammatici. Le istituzioni, anche quelle locali, non dispongono più della legittimazione popolare derivante da un’ampia partecipazione al voto. Gli eletti si trovano circondati da una maggioranza silenziosa che non si riconosce in loro e, in molti casi, ne disprezza l’operato. Questa crescente individualizzazione della società compromette la coesione sociale e rende difficile avviare qualsiasi processo di cambiamento.
- La Sardegna vive un inverno demografico tra i più gravi d’Europa, con cause multifattoriali che agiscono sul breve, medio e lungo periodo.
- Lo Statuto sardo del 1948 nacque più debole rispetto alle aspettative e rispetto allo Statuto siciliano, anche per la scarsa volontà autonomista della Consulta regionale e delle forze politiche dell’epoca.
- Lo Statuto sardo, a seguito della riforma del Titolo V, sostanzialmente non esiste. Già nel 2010 Benedetto Ballero, più volte assessore regionale al personale ed alle riforme, così si esprimeva: “Anche in Sardegna la situazione istituzionale è estremamente critica perché da circa sette anni tutti sono costretti ad operare in un ordinamento regionale che è privo di uno Statuto scritto. Oggi infatti non è possibile leggere un testo dal quale dedurre quali sono le norme vigenti, né è possibile far conoscere, a chi volesse apprenderlo con la lettura, quale sia il contenuto dello Statuto sardo […]. Per quanto riguarda i poteri legislativi e amministrativi, infatti, gli artt. 3,4, 5 e 6 dello Statuto (nella loro formulazione letterale) non sono più vigenti perché, con la riforma del Titolo V della Costituzione, avvenuta con la Legge Costituzionale n. 3 del 2001, si è opportunamente stabilito, all’art. 10, che anche alla Sardegna, come pure a tutte le altre Regioni speciali, si applicano, in quanto più favorevoli ed in attesa della riformulazione del nuovo Statuto speciale, le norme del Titolo V pur espressamente dettate per le Regioni ordinarie. A seguito di ciò, solo con riferimento a tre delle materie originariamente di competenza esclusiva della Regione, e cioè “ordinamento degli enti locali”, “urbanistica e edilizia” e “polizia locale”, materie certo rilevanti, ma nel complesso limitate, rimangono oggi in vigore le vecchie previsioni contenute nell’art. 3 dello Statuto. Per tutto il resto invece la formulazione risultante dal testo dello Statuto che appare formalmente vigente, in realtà non è più applicabile”;
- Alla riforma del Titolo V si è aggiunto il processo di attuazione dell’autonomia differenziata (art. 116 Cost.).
- La presente legislatura, in lieve peggioramento rispetto alle precedenti, si caratterizza per un’elevatissima percentuale di leggi regionali – pur non numerose nel complesso – sulle quali il Governo statale solleva rilievi di costituzionalità.
- Anche se non esistessero tutti i punti sopra riportati, i profondi cambiamenti avvenuti a livello globale e, in particolare, in Sardegna negli ultimi ottant’anni, imporrebbero comunque una radicale revisione dello Statuto di autonomia.
- Nella storia dell’Autonomia sarda non sono mancati tentativi di riforma dello Statuto o Commissioni analoghe a quella attualmente operante. Anche i tentativi più coraggiosi e organici, come quelli relativi all’Assemblea Costituente, si davano una tempistica molto più rapida di quella che, ci pare, la Commissione alla quale siamo stati invitati stia adottando.
- L’attuale Consiglio Regionale ha inoltre commesso, su temi rientranti nelle competenze della Commissione che ci audisce, un errore sul quale riteniamo necessaria un’autocritica: non aver ancora esaminato una proposta di legge di iniziativa popolare firmata da oltre 200.000 sardi. Indipendentemente dal giudizio che se ne può dare nel merito, ciò rappresenta un affronto a uno dei processi partecipativi più imponenti della storia recente della Sardegna.
Le nostre proposte
L’Autonomia va rifondata, perché oggi di fatto non esiste più. Così come Pietro Soddu, ne La questione sarda (1980) – documento politico alla base del tentativo di costituire un governo autenticamente autonomistico – sottolineava la necessità di un riesame critico complessivo, utile a riaffermare la specialità e a consentire al Popolo Sardo di partecipare pienamente alla gestione dell’Autonomia, allo stesso modo questo compito ricade oggi sui consiglieri regionali di questa legislatura.
Si tratta di un dato oggettivo, che non può essere eluso. Lasciare trascorrere un’altra legislatura (e un terzo di quella attuale è già passato) senza deliberare sulla questione dei poteri della Sardegna significherebbe proseguire nel processo di indebolimento dell’Autonomia, soprattutto se riconosciamo che per rilanciare la nostra isola sono necessari nuovi poteri e nuove strutture. Se, al contrario, si ritiene che lo Stato italiano possa garantire meglio di noi stessi gli interessi della Sardegna, allora risulterebbe coerente chiudere la fase autonomistica. In quel caso, sarebbe doveroso affermarlo apertamente, così come fecero – a loro modo con coraggio – i sostenitori della Fusione perfetta del 1848. Restare fermi equivale a diventare, silenziosamente, i responsabili della fine dell’Autonomia. Per onestà politica e intellettuale sarebbe meglio riconoscerlo.
Se invece si vuole davvero esercitare e praticare l’Autonomia, il percorso è chiaro: riforma dello Statuto, approvazione della legge statutaria e successiva adozione delle leggi di settore.
Se si ritiene opportuno procedere prima con la legge statutaria, la si approvi subito – con tempi certi: tre mesi di lavori in Commissione e non più di due mesi in Aula – e immediatamente dopo si presenti una proposta organica di riforma dello Statuto.
1. La legge statutaria
In relazione alla legge statutaria, partiamo dalla forma di governo e dalla legge elettorale.
Le nostre proposte sono sostanzialmente quelle del percorso partecipativo che ha coinvolto nell’ultimo anno una ventina di forze politiche, sociali e sindacali denominato “Ricostruiamo la democrazia sarda”, di cui fa parte anche una forza politica presente in Consiglio regionale, Sinistra Futura. “Ricostruiamo la democrazia sarda” ha sviluppato, tra il 2024 e il 2025, una vasta opera di confronto e di sensibilizzazione, che ha coinvolto un vasto ed eterogeneo gruppo di forze politiche, sociali, e di singoli cittadini.
I principi su cui ci ritroviamo sono:
- – Sistema proporzionale con eventuali correttivi necessari, quale ad esempio la cosiddetta “sfiducia costruttiva”, per rispettare quei principi di governabilità e stabilità richiesti dalla normativa vigente, ed eliminazione dell’elezione diretta del Presidente;
- – Eliminazione del voto disgiunto;
- – Abbassamento delle soglie di sbarramento per le singole liste ed eventuali coalizioni;
- – Maggiore rappresentanza politica dei territori marginali;
- – Una norma coraggiosa, costituzionalmente orientata, di vera “discriminazione positiva”, che porti ad avere obbligatoriamente una composizione del consiglio regionale in cui ciascun genere sia rappresentato in misura massima per il 60%.
Sempre in materia elettorale, segnaliamo che sono molte le sarde e i sardi impossibilitati a esercitare il diritto di voto perché costretti a spostarsi per motivi di lavoro o di studio. Si tratta soprattutto di giovani tra i 18 e i 35 anni, che devono poter esercitare il proprio diritto di voto tramite modalità a distanza, come già avviene in diversi Paesi europei. Riteniamo che la Regione debba e possa intervenire su questo aspetto attraverso la legge statutaria.
Allo stesso modo, è necessario intervenire sul tema della partecipazione e degli istituti partecipativi. Una democrazia di prossimità, partecipativa e corresponsabile, rappresenta l’unico vero argine alla crisi della democrazia rappresentativa. Chiediamo norme innovative, chiare e vincolanti sulla partecipazione: norme che introducano, ai diversi livelli istituzionali, meccanismi in grado di rendere le cittadine e i cittadini sardi protagonisti delle decisioni pubbliche, prevedendo forme di consultazione che coinvolgano anche i sardi residenti fuori dall’Isola. È necessario istituzionalizzare un ventaglio di processi partecipativi adeguati ai differenti contesti decisionali, alle scale territoriali, agli obiettivi e ai beni comuni interessati: dal bilancio partecipativo, che consente ai cittadini di co- decidere una quota del bilancio di un’istituzione, al dibattito pubblico per co-determinare le grandi opere (e, quando opportuno, co-progettarle), passando per assemblee cittadine dedicate a temi complessi e gli Accordi di quartiere per la co-gestione del territorio.
Si può inoltre valutare l’istituzione di un’Autorità indipendente per la partecipazione, con il compito di coordinare la selezione e il finanziamento dei processi partecipativi, monitorarne lo svolgimento e garantirne qualità, efficacia e correttezza democratica. Occorre, poi, dare piena attuazione all’art. 28 dello Statuto, che attribuisce al Popolo sardo – oltre che alla Giunta regionale e ai membri del Consiglio – l’iniziativa legislativa. A tal fine è necessario agevolare l’esercizio dell’iniziativa popolare e introdurre meccanismi che obblighino il Consiglio regionale non solo a esaminare le proposte popolari, ma anche a deliberare su di esse entro tempi certi. Accanto a ciò, è indispensabile introdurre il referendum propositivo, come forma rafforzata di iniziativa legislativa popolare.
In molti casi, è sufficiente ripartire da ciò che già è previsto. L’articolo 3 dello Statuto attribuisce alla Regione la potestà legislativa sull’ordinamento degli uffici e sullo stato giuridico ed economico del personale. Se pienamente attuata, tale disposizione consentirebbe di riformare la macchina amministrativa regionale, superando il modello burocratico e centralista che ha alimentato nel tempo l’idea – ingiusta e infondata – che i sardi non siano in grado di esercitare responsabilmente la propria autonomia. Senza una Pubblica Amministrazione efficiente e radicata nei territori, ogni competenza formale rimane infatti lettera morta.
Un altro elemento centrale, su cui la legge statutaria potrebbe intervenire, riguarda la gestione delle risorse pubbliche. La Sardegna necessita di un vero cambio di paradigma: la lunga stagione della discrezionalità – fatta di contributi assegnati senza criteri chiari, senza bandi e senza trasparenza, spesso in base a reti relazionali più che ai bisogni reali o alla qualità dei progetti – ha alimentato sfiducia, diseguaglianze territoriali e un generale indebolimento delle istituzioni regionali. Oggi è il momento, per questa Commissione, di avanzare una proposta diversa, senza giudicare il passato ma aprendosi a un nuovo modello fondato sul massimo della trasparenza e su una gestione dei finanziamenti pubblici che sia democratica, strategica e verificabile. La legge statutaria rappresenta il luogo adeguato per inserire una chiara norma programmatica in materia.
2. Norme di attuazione dello Statuto regionale
È pacifico che la Sardegna abbia utilizzato pochissimo lo strumento delle norme di attuazione dello Statuto. Non ci risulta che, nel corso dell’attuale legislatura, vi sia stato un cambio di passo: non ne abbiamo notizia, se non attraverso alcune dichiarazioni di esponenti della Commissione paritetica Stato-Regione o di qualche consulente. Ad oggi, a un terzo della legislatura già trascorso, non si registrano elementi concreti di novità.
Per quanto riguarda le norme di attuazione dello Statuto, chiediamo che la Commissione imponga alla Giunta un percorso a tappe forzate, che preveda anche una maggiore pubblicità delle attività istituzionali in corso e dello stato delle negoziazioni con lo Stato. È necessario rendere questo tema patrimonio pubblico, perché la Giunta non può presentarsi al confronto con il Governo nazionale da sola, ma deve essere sostenuta dall’appoggio dei corpi intermedi sardi e dell’opinione pubblica. L’obiettivo di medio periodo – entro la fine della legislatura – deve essere quello di recuperare il tempo perduto negli ultimi 76 anni. Rispetto alle altre regioni a Statuto speciale siamo molto indietro. Attuare lo Statuto significa, prima di tutto, dare priorità alle norme di attuazione. Individuiamo due ambiti sui quali costruire immediatamente il consenso politico e sociale, e sui quali chiamare il Governo statale a un confronto urgente:
– norme di attuazione in materia di pubblica istruzione.
In questa sede risulta quasi superfluo soffermarsi sull’assoluta necessità di intervenire in questi settori. L’obiettivo esplicito deve essere quello di approvare due norme di attuazione entro sei mesi. Ci teniamo tuttavia a ribadire che, al di là di ogni appartenenza politica, qualunque parlamentare sarda o sardo che dovesse votare la legge di conversione del decreto-legge n. 175 del 2025, “Misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili”, dovrebbe considerarsi politicamente e moralmente inidoneo a rappresentare la Sardegna.
Da ultimo, qualche parola sullo Statuto
3. Nuovo Statuto
Il mondo è cambiato profondamente, e con esso l’Unione Europea, l’Italia e gli equilibri globali. In questo scenario le sarde e i sardi hanno il diritto – e il dovere – di decidere del proprio futuro, esercitando pienamente le prerogative riconosciute dal diritto internazionale e dalla Costituzione italiana. Il nostro Statuto speciale, è oggi un testo invecchiato, incapace di affrontare i nodi cruciali della contemporaneità, che spesso ha lasciato la Sardegna nella condizione di autonomia incompiuta.
La nostra Carta fondamentale è nata monca. Mancano riferimenti espliciti al popolo sardo, alla lingua, all’insularità e alla mobilità, al contesto socioeconomico che caratterizza l’isola. Il risultato è che lo Statuto non ha mai davvero raccontato la Sardegna per quella che è: un Popolo con una lingua, un’identità e una condizione geografica peculiare, che meritano riconoscimento istituzionale pieno.
Le esperienze del passato dimostrano che la strada delle riforme parziali o legislative non è sufficiente. La legge statutaria approvata nel 2008 venne annullata dalla Corte costituzionale per vizi nel procedimento, così come altre iniziative, come la Consulta per la sovranità del popolo sardo, non hanno prodotto risultati duraturi. Questo conferma che per ripensare davvero il nostro Statuto serve un percorso costituente e democraticamente legittimato.
Per questo proponiamo l’elezione di una Assemblea Costituente Sarda, votata a suffragio universale con un sistema proporzionale puro e una rappresentanza territoriale bilanciata. Sarà questo il luogo in cui riscrivere la nostra Carta, in massimo 12 mesi, riconoscendo finalmente il popolo e la lingua sarda, affrontando in maniera strutturale la questione dell’insularità e costruendo nuove competenze nei settori strategici: dall’energia all’istruzione, dai trasporti alla cultura.
Se Governo e Parlamento dovessero negare questo diritto, ciò aprirebbe inevitabilmente la strada a una rinegoziazione più radicale dei rapporti tra Sardegna e Italia. Non sarebbe una scelta pregiudiziale, ma la conseguenza logica di una domanda di autogoverno respinta. La Sardegna non può più accontentarsi di una specialità proclamata ma inefficace: la specialità deve tradursi in potere concreto, in capacità amministrativa e in protagonismo europeo e mediterraneo.
Conclusioni
In un mondo in rapidissima trasformazione, la Sardegna è rimasta ferma. Le nostre proposte sono di rottura rispetto al recente passato, ma sono pienamente realistiche. La legge statutaria può essere redatta entro tre mesi e approvata nei due mesi successivi, per poi permettere di concentrarsi sulle ulteriori riforme necessarie.
Il declino della Sardegna, così come la progressiva diminuzione del suo popolo, non è un fenomeno inevitabile.
A chi oggi detiene il potere – un potere peraltro fortemente delegittimato dagli allarmanti livelli di astensionismo – spetta una decisione fondamentale: riannodare i fili di un rapporto positivo con il Popolo sardo, oppure contribuire a una ulteriore disgregazione della nostra società.
Le proposte che presentiamo, sulle quali siamo disponibili a proseguire un confronto leale e trasparente, vanno intese in senso pienamente costruttivo. Ciò non significa rinunciare al legittimo giudizio politico, che continuiamo a esprimere ogni giorno.