La discussione politica in Sardegna si è ormai arenata su un falso dilemma: “Come possiamo mitigare gli svantaggi dell’essere un’isola? Si intende la geografia come condanna, non come risorsa.
Da decenni ci ripetono che i nostri problemi—il lavoro che manca, l’emigrazione, i servizi che collassano—sarebbero questioni tecniche: collegamenti, bandi, finanziamenti, statuti speciali da aggiornare. Ci raccontano che basterebbe trovare l’interlocutore giusto nei palazzi romani o negli uffici di Bruxelles. Ci hanno illuso che la partita si giochi sul campo degli altri, con le regole degli altri.
Poi c’è anche quell’europarlamentare perennemente in campagna elettorale, venuto a illustrarci la sua “ricetta” per la Sardegna: la solita zona franca. Tasse in meno per chi viene a speculare, aziende che arrivano, prendono agevolazioni e poi scappano, lasciandoci senza lavoro stabile né futuro. Ancora una
volta trattati come terra da conquistare, laboratorio per interessi esterni, campo di sperimentazione per chi cerca voti facili.
Ma il vero problema non è tecnico. È politico. Chi decide? Chi controlla le risorse? Chi scrive le regole del gioco? Tutto il resto—la commedia sulla continuità territoriale, le liturgie sull’insularità, le suppliche per investimenti— è solo la conseguenza diretta della mancanza di autogoverno.
E intanto, mentre si discute di collegamenti col continente, i collegamenti interni sono spesso un incubo.
Senza una mobilità che unisca paesi e città, senza una rete di trasporti pensata per i sardi, non esiste sviluppo né dignità sociale.
La geografia non c’entra nulla. C’entra il modello di relazione coloniale che ci è stato imposto e che, troppo spesso, abbiamo accettato passivamente. Non siamo periferici perché siamo un’isola. Siamo periferici perché il potere decisionale è altrove.
Smettiamola quindi di parlare di £svantaggi£da compensare. Non ci serve un ponte miracoloso per “collegarci” al continente, né reale né virtuale. Iniziamo quindi a parlare di poteri da costruire, di come trattenere qui la ricchezza che produciamo, di decidere come e per chi generare energia, di controllare le
nostre coste e il nostro mare, di realizzare un sistema di welfare e di educazione pensato per noi e i nostri figli.
Non servono semplici riforme. Serve un processo costituente. Serve un patto sociale nuovo, scritto dal basso, che restituisca alla Sardegna la dignità di soggetto politico, non oggetto di decisioni altrui. Il primo, vero, atto di continuità che ci serve non è con il continente. È con noi stessi. Con la nostra capacità di
autogoverno, addormentata ma non cancellata.
Sardìnnia, seus giai in cabudanni, imoi giai at a essi ora de si ndi scidai!